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  KRITIKEN ÜBER DIE CD "ARTISTI"



    von Antonio Valentini

SONO SOLO ARTISTI

"Artisti" è una interessante raccolta di brani profondamente diversi, nell'ispirazione e nello stile. Eppure un filo conduttore sembra unire segretamente le canzoni che compongono quest'opera di Milva. E, stranamente, il "Leitmotiv" non riguarda il contenuto o una tematica specifica, determinata. Questo, infatti, accade spesso nelle opere unitarie che Milva, da sempre, ama realizzare e nelle quali la sua duttilità interpretativa, attraversando con eleganza la rappresentazione del "particolare", le offre una possibilità di espansione e di approfondimento,  grazie alla scrittura e all'invenzione compositiva dei grandi autori, di volta in volta scoperti e proposti, da Brecht a Théodorakis, per arrivare, di recente, a Michele Serra e Marco Tutino (autori dell'originalissimo Peter Uncino). In questo album, al contrario, l'artista tenta di riflettere sulla propria identità, sulla complessità delle proprie scelte, illuminando le opacità irrisolte di un cammino difficile, attraverso una rinnovata consapevolezza di sé. L'asse attorno al quale ruota l'album, insomma, non è un autore o un repertorio, ma un'idea, una suggestione, un'intonazione. L'opera recupera quel sostrato popolare autentico che Milva non ha mai dimenticato, ma, allo stesso tempo, conferma e sottolinea le caratteristiche peculiari della produzione artistica di Milva, dall'incontro con Strehler, negli anni Sessanta, fino ad oggi. La sua appassionata volontà di conoscenza riaffiora di nuovo, e la sua attenzione ad ogni possibilità di "invenzione semantica" ne esce rafforzata. Milva canta la consapevolezza simbolica dell'artista e la comprende, raccogliendone l'essenza. I frammenti del caleidoscopio esistenziale vengono ricomposti, sul filo della canzone d'autore e della "musica colta" internazionale: una zona di frontiera, quest'ultima, che resta decisiva, per capire lo sviluppo estetico di Milva e la sua evoluzione verso nuovi sentieri di esplorazione poetica. Dall'ascolto del disco emerge, innanzitutto, un atto di comprensione e, quindi, d'amore. Nel volto degli artisti, ci suggerisce Milva, possiamo leggere l'andamento chiaroscurale degli eventi, l'estasi di un istante in cui lo sguardo dell'Altro ci colpisce e ci mette in discussione, in un eterno gioco che esprime la verità della vita, la bellezza dell'Essere, la danza infinita e polifonica dell'universo. Con i loro "cavalli bianchi", gli artisti superano i confini e le stagioni, superano il tempo, le sue costrizioni, i suoi condizionamenti, vagando nell'ignoto.E' quello che accade nella grande canzone d'autore interpretata da Milva, come nei brani di immediata risonanza "popolare", dove la capacità di comunicare e di condividere le emozioni si unisce ad una ricerca della linea melodica che non è mai banale e che si mantiene sempre ad alti livelli qualitativi. Questa coerenza estetico-espressiva, è un elemento caratterizzante nel repertorio multiforme di Milva. Basta ascoltare il dolcissimo brano di John Denver, se ci fosse bisogno di una conferma. "Liebe ist" è un brano semplice, delicato e sobrio, caratterizzato da una melodia larga, di ampio respiro, con un arrangiamento essenziale, limpido e classicheggiante. Le evoluzioni vocali di Milva creano un suggestivo contrappunto con lo sfondo musicale, immergendosi in una massa sonora omogenea, dominata dagli archi. "Sono solo artisti"·ma artisti veri, carichi di storia e di cultura.Il senso di radicamento alla terra, la coscienza delle origini li rende incomprensibili, ambigui, consumandoli in una narrazione che cresce su se stessa e che si ripete, senza spiegarci o dimostrare nulla, in qualche applauso andato alla malora, come Milva ci ricorda. La follia dell'artista si unisce alla ricerca del significato, in quella "parola" che diventa la zona oscura, il margine interno sottratto alla parola e, dunque, riconsegnato alle proliferazioni imprevedibilmente cangianti della Scrittura. La capacità di "toccare il cielo e di toccare il fondo" riassume bene l'identità dell'artista, che sfida il Destino, in bilico tra Terra e Cielo, nelle fantasmagoriche visioni della mente e nelle tensioni dionisiache dell'anima. Gli Artisti  cantati da Milva non hanno verità, perché della Verità sono i custodi e i pastori. Artisti che restano bambini, ma, come diceva Henri Gougaud in una poesia scritta per Juliette Gréco, "bambini importanti", di cui è bene non fidarsi ma che non possiamo fare a meno di amare: sono loro, infatti, lo specchio del nostro essere più profondo. Milva, quindi, sembra farsi portavoce di una scelta esistenziale che contiene già, in sé, una fortissima istanza etica, un senso del dovere, un rigore dell'azione e del gesto, vorrei dire, un impegno: l'onestà di chi si offre nudo al mistero del mondo, accettandone il peso, le sfide, lo spirito. E' l'anima del cosmo, che filtra nella parola dell'artista, qualcosa che possiamo avvertire e sentire, senza poterlo spiegare, perché le parole ci mancano, perché il linguaggio non basta più, perché la forza straripante dell'Amore e della Musica va oltre e rompendo gli argini e spezzando le catene di ogni tempo, le catene della Storia. Una voce della libertà, quella di Milva, la voce di un'artista che cerca di capire il mondo e che vorrebbe cambiarlo, quando le ingiustizie oltrepassano la nostra capacità di sopportazione e di tolleranza. L'artista esibisce e mostra quello che non riusciamo ad argomentare e a spiegare, quello che sfugge all'analisi. Maria de Buenos Aires è la metafora di questa ricerca, fatta di emarginazione e di solitudine, la "luce oscura" che dischiude la Storia e che abbraccia tutti noi, essendo la  tramatura latente della nostra vita, la fibra, la costellazione originaria del Dire che è, sempre, lo sappiamo, un "ricordare", un riportare alla memoria. La musica di Piazzolla, perfettamente armonizzata con la capacità introspettiva e straniante di Horacio Ferrer, delinea un quadro visionario e surreale, una raffigurazione carica di atmosfere oniriche, intrisa di inquietudine e ricca di un pathos "primordiale" che penetra la superficie delle cose per evidenziarne i cromatismi, i contrasti ritmici, le dissonanze di un mondo "a-tonale", privo, ormai di agganci metafisici e di certezze prestabilite, inamovibili. In "Maria de Buenos Aires", così come accade, del resto, nell'intera opera di Piazzolla, possiamo osservare e gustare la sottolineatura imprevedibile dell'effetto timbrico, l'amplificazione suggestiva e onirica dei passaggi armonici, la raffinatezza sperimentale di un fraseggio che è consapevole del bagaglio accademico. L'opera di Piazzolla manifesta, qui e altrove, un continuo interscambio culturale che ritroviamo nella contaminazione audace di moduli diversi, nel gusto personalissimo dell'irregolarità ritmica e dell'accentuazione inattesa, ma, soprattutto, nell'inconfondibile impasto timbrico che trasforma il tango in una forma classica, nobile, colta, "da ascoltare", innanzitutto. Piazzolla crea, in questo modo, una nuova estetica del tango, una forma eclettica e metaforizzante, permeata di sottili allegorismi, a volte sottaciuti e a volte fulminanti, paradossalmente sospesa tra l'improvvisazione di sapore jazzistico e il neo-classicismo "oggettivo", mutuato da Stravinskij.  Costante, in Piazzolla, rimane la volontà di costruire un discorso musicale nuovo e complesso, capace di aderire al vortice della finitudine, ai suoi interrogativi e allo stupore di chi, galleggiando nella superficie increspata della vita, cerca di sondarne lo spessore, perforando, ad un tratto, quella compattezza assurda, che produce "spaesamento" e angoscia, come Heidegger e Camus, su posizioni teoriche molto diverse tra loro, ci hanno insegnato. Milva, quando interpreta l'arte espressionista di Piazzolla, si pone "nell'occhio del ciclone", al centro della Storia, nella conflagrazione emotiva del ricordo. Milva getta uno sguardo sulla condizione dell'artista, come per ripetere al suo pubblico la dichiarazione d'amore che l'arte neorealista di Edith Piaf e Juliette Gréco, negli anni Quaranta e Cinquanta, ha tradotto in musica. L'album "Artisti", così come il disco dedicato alla "chanson française", ha un'intonazione uniforme: è, a mio avviso, una catarsi del quotidiano e una meditazione intimista, in cui la preghiera assume un ruolo centrale. Nelle parole di Renato Dibì musicate da Sergio Rendine, ad esempio, l'invocazione prende la forma magniloquente dell'Aria, il profilo evanescente di una freschezza spirituale, che pervade il cosmo e che riassorbe le ansie individuali, in una serenità appagante che riscopre, su uno sfondo orchestrale dilatato, una sintonia profonda e "sin-fonica" con il grembo materno di quella Natura che, secondo Eraclito, "ama nascondersi". All'armonia che troviamo in Aria, risponde l'Ave Maria di Piazzolla, un momento irripetibile di proiezione "verticale" verso l'Assoluto, un atto di fede nell'Eterno che ci costituisce e ci alimenta. Ma la conclusione dell'album non smentisce questa "curvatura" quasi "sacrale" che Milva ha voluto imprimere all'opera. Yo soy Maria, infatti, è l'espressione di una immanenza "opaca", la voce dell'altra Maria, la figlia di Buenos Aires, nata dal genio a suo modo "metafisico" di Astor Piazzolla, che ha prodotto, nella sua opera, un affresco unitario, fatto di blocchi sonori e di mescolanze evocative.  La "Maria" che rivendica la sua identità e che ripete ossessivamente il suo nome, è il riflesso stravolto di una metropoli decadente e lacerata, di una città crepuscolare che sembra nata dall'invenzione di Borges, da uno dei suoi "labirinti" infiniti. Un luogo indefinibile, quello descritto  da Astor Piazzolla e da Horacio Ferrer, dove l'uomo, condannato ad un esilio interminabile, può soltanto vagare, nella speranza di ritrovare se stesso e gli altri, in uno sguardo improvviso, che ci risvegli alla comprensione e all'incontro.



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