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  GLI ANNI '70

Il 1972 è l'anno del ritorno al cinema, accanto a Silvana Mangano e Luc Merenda in "D'amore si muore", per la regia di Patroni Griffi, con la colonna sonora del maestro Ennio Morricone, che a Milva dedica, lo stesso anno, un album carico di sfumature innovative, in cui alla ricercatezza sonora e all'aderenza psicologica delle musiche si unisce la finezza introspettiva dei testi di Bevilacqua e dello stesso Patroni Griffi.
A Venezia, vince la "Gondola d'oro", per il successo discografico ottenuto con il disco "La filanda", un brano tratto dal repertorio di Amalia Rodriguez, la massima interprete del fado portoghese, con il testo italiano a cura di Vito Pallavicini, abile paroliere, tra l'altro, di Paolo Conte.

Nel 1973, Milva propone il suo recital brechtiano al Festival di Edimburgo, dove viene paragonata, per il vigore e la plasticità anche drammatica dell'interpretazione, a Maria Callas.
Nello stesso anno, ricco di novità, Milva inserisce nel suo repertorio già variegato e di altissimo livello qualitativo, le musiche di Francis Lai, il fisarmonicista francese che, mescolando in modo discreto e convincente il jazz e la bossa nova, è diventato il collaboratore fedele del regista Claude Lelouch, un po' come Nino Rota, in Italia, con Fellini

Ma, nel 73, si consuma un altro evento decisivo, per la maturazione artistica e professionale di Milva: l'allestimento memorabile dell' "Opera da tre soldi" di Brecht, dovuto al genio inventivo di Strehler, da sempre attento alla valorizzazione e alla diffusione del prezioso patrimonio brechtiano, in Italia e in Europa.
Milva sarà una straordinaria Jenny delle Spelonche, accanto a Domenico Modugno, che indosserà i panni di Mackie Messer.
La dedizione di Milva è totale e le consente di assorbire in pieno la lezione di Strehler, filtrandone le suggestioni attraverso la propria sensibilità ormai affinata e modulando l'emissione della voce, ritraendola, al momento opportuno, con una rara capacità di autocontrollo e con una perfetta padronanza della realtà scenica.
Milva comprende sino in fondo il significato dello straniamento brechtiano rielaborato in modo originale e convincente da Strehler e riesce ad assumere il ruolo di Jenny senza mai rinunciare alla sua identità reale, affrontando il testo brechtiano, con un adeguato grado di distacco e di distanziamento ironico, senza mai scivolare nel rischio di una immedesimazione globale e passiva nel personaggio, in direzione opposta, dunque, rispetto all'impostazione recitativa di Stanislavskij.
Parallelamente alla sua esperienza brechtiana e teatrale, Milva continua a mantenere un ruolo di primo piano nella musica "leggera" italiana, ormai protesa verso la ricerca di una qualità sostanziale nei testi e nelle melodie.
Questa esigenza di modernizzazione e di nobilitazione del repertorio "popolare" la conduce alla scelta di parole nuove e originali, sempre più aderenti e vicine alla immediatezza del quotidiano e alla concretezza del linguaggio colloquiale di tutti i giorni. E' quanto accade nell'insolita "Da troppo tempo" (Colonnello-Albertelli), proposta nel 1973, o nella bellissima e delicata "Monica delle bambole", un brano di sottile penetrazione psicologica e con accenti quasi "brechtiani", scritto da Elide Suligoj e da Luciano Beretta, nel 1974.

Nel 1975, Strehler la vuole accanto a Tino Carraro per "Io, Bertolt Brecht N°2", ed è un trionfo alle "Berliner Festwochen", poi al "Théâtre de la Monnaie" di Bruxelles.
Alla Piccola Scala di Milano, interpreta il "Diario dell'Assassinata", un' "operina" di Gino Negri, brillante autore di teatro e di cabaret, impegnato, con il suo stile fortemente parodistico e allusivo, nella costruzione di una nuova identità musicale italiana, nella produzione, cioé, di una canzone d'autore "engagée", negli anni Sessanta e Settanta, quella stessa canzone di qualità che non si riduce al semplice consumo commerciale immediato e che Milva, da sempre, promuove, essendone portavoce, a livello internazionale (dai brani di Luigi Tenco, Fiorenzo Carpi e Fabrizio De André, fino a Franco Battiato, Enzo Jannacci e Paolo Conte, come vedremo).

Per questa performance, Milva riceve il Premio Italia, e, nel 1976, il premio discografico della critica tedesca per "Milva canta Brecht", in cui, sotto la direzione attenta di Strehler, torna a confrontarsi con la scrittura aforistica, gestuale e dialettica di Brecht, grazie ad un bagaglio di esperienza e di preparazione sempre più consistente.
L'interpretazione data da Milva rivela l'impronta di Strehler e il suo approccio tipicamente "critico-realistico", da lei assimilato con cura.

Un anno dopo, Milva estende ulteriormente il suo repertorio, proiettandosi verso i sentieri affascinanti e raffinati della grande musica d'autore greca: il 1978 è l'anno dell'incontro con Mikis Théodorakis, uno dei massimi esponenti della musica colta contemporanea, capace di trasfigurare l'identità popolare mediterranea in atmosfere corpose di palpitante umanità e di prorompente apertura sinfonico-orchestrale. La ricerca di Théodorakis, "ri-vissuta" da Milva, si sposta soprattutto sul livello ritmico e sulla dimensione timbrica, che riguarda, cioé, la specifica qualità del suono e la sua percezione acustica (basti ricordare, ad esempio, il suo elegante lavoro di "ripensamento" moderno del sirtaki e del sostrato folk mediterraneo). Attraverso la collaborazione con poeti prestigiosi e impegnati, in senso etico-sociale, come Eleftheriou, Livaditis e Kampanelis, Théodorakis, condannato all'esilio dalla dittatura greca, inaugura una nuova stagione della musica internazionale e, a questa rinascita culturale, Milva contribuisce direttamente, con la lungimiranza delle sue scelte artistiche.
Per quest'opera riceve, in Germania, il disco di platino, per l'enorme successo di vendite conseguito.

Al Festival di Berlino, nel 1979, Milva volge lo sguardo al passato, alle ferite laceranti inferte dai due conflitti mondiali e dall'avvento del totalitarismo nazista e fascista. Le energie interpretative e "espressionistiche" di Milva si concentrano ora sulle "Canzoni tra le due guerre", grazie alla prestigiosa regia di Filippo Crivelli (già ampiamente impegnato sul fronte della canzone "intellettuale"). La nuova tournée supera i confini italiani e lancia Milva verso i maggiori palcoscenici europei. Milva passa con sobrietà e passione dall'evocazione struggente di "Lili Marleen" al romanticismo inquieto di Jean Lenoir ("Parlez-moi d'amour"), dai feuilletons descrittivi di E.A.Mario, all'intimismo jazzistico e sofisticato di Gershwin ("The man I love"): un modo per capire il nostro passato e la densità della nostra tradizione, ma anche un'occasione importante, per esplorare le origini della "canzone" del Novecento e la graduale formazione della sua identità moderna, sullo sfondo tragico e buio dei due conflitti mondiali.

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