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A PROPOSITO DELLO SPETTACOLO "LA CHANSON FRANÇAISE"

    2002
di Antonio Valentini

L'OMAGGIO DI MILVA ALLA FRANCIA DEGLI "CHANSONNIERS": POESIA E VERITA' ALL'OPERA DI ROMA

L'incontro di Milva con la canzone francese è un evento artistico e culturale importante, per la storia della musica d'autore internazionale.
Il Teatro dell'Opera di Roma è stato il luogo scelto per compiere l'atto decisivo e simbolico di una consacrazione assoluta, iniziata tanti anni fa, all'Olympia di Parigi. Proprio lì, nei primi anni Sessanta, Milva affrontò la severità spietata del pubblico francese, che accolse con affetto la sua voce miracolosa, perché, attraverso lo spessore evocativo e tumultoso di quel prodigio vocale, filtrava l'energia autentica e popolare della terra, l'eco sofferta del realismo di Edith Piaf, la risonanza ancora acerba ma purissima di un canto dell'anima vero. Gli anni sono passati e Milva li ha attraversati a testa alta, indenne, dilatando in modo stupefacente i suoi orizzonti espressivi, sostenuta da una viva capacità di assimilazione e di sintesi, da una curiosità inesauribile e da una freschezza che la rende credibile e autentica, passo dopo passo, nelle difficili prove coraggiosamente affrontate. La grande "chanson française" di Jacques Brel, Gilbert Bécaud, Charles Aznavour, la musica eternamente ricominciata di Edith Piaf e di Juliette Gréco, costituiscono, da sempre, un elemento essenziale del vasto repertorio di Milva. Un repertorio "policromatico", costantemente rinnovato, in espansione, capace di sintonizzarsi con l'evoluzione del gusto e dei modelli artistici, ma tenacemente aggrappato ai suoi classici punti di riferimento, ai suoi pilastri ineludibili (Brecht, Berio e Théodorakis, innanzitutto) che hanno reso Milva un personaggio imprescindibile nel panorama della musica colta internazionale, oltre i confini della canzone d'autore. Milva, carica della preziosa lezione di Giorgio Strehler, riuscì, in passato, a ricreare la sofferenza amara di Edith Piaf, trasformando Les amants d'un jour in un Albergo a ore, dove lo squallore del sobborgo supera la miseria del presente e si redime nella proiezione improvvisa di una visione inattesa, di un barlume intravisto, già minacciato dall'oscurità. E poi c'è quel grido spezzato, quell'invocazione viscerale e disincantata che ormai le appartiene, che Milva ha personalizzato: "Allez venez, Milord, vous asseoir à ma table…" . In quella frattura che spezza la melodia e che trasforma il valzer lento in un charleston straniato, c'è l'amore di Milva per la poetica esistenziale degli chansonniers francesi, la volontà di appropriarsene, per inserirsi in quella tradizione, che affida alla canzone un contenuto letterario e che costruisce l'impianto della melodia su una precisa volontà estetica e culturale, su un Kunstwollen saldo e rigoroso. Milva, al Teatro dell'Opera di Roma, ha rinnovato la sua dichiarazione d'amore alla poesia francese di Prévert, di Jacques Brel, alla genialità compositiva di Joseph Kosma e di Gilbert Bécaud, alla tensione introspettiva di Aznavour. Ancora una volta, Milva ha sublimato la sua voce e il suo corpo in immagine romanzesca, come per sottolineare quello che Lukacs definiva il dramma religioso di un'epoca senza religione. La serata si apre sulle note ossessive di Bécaud, accompagnata dal maestro Hubert Stuppner, raffinato alchimista dei suoni e delle orchestrazioni, impreziosite da notazioni ironiche e da arrangiamenti che, evitando i manierismi sinfonici, aderiscono all'incisività del testo, alle sue impennate emotive, introducendo, spesso, brillanti contrappunti piazzolliani. Lo spettacolo comincia, le note di Stuppner riecheggiano vigorose. Quell'iterazione sonora che rende inconfondibile "Et maintenant" entra nel cuore del pubblico e lo intrappola subito in una illusione rappresentativa che, paradossalmente, lo rende libero e consapevole, perché gli offre un momento di auto-analisi e lo invita alla ricerca di sé e del "tempo perduto".
Il famoso crescendo strumentale e vocale del brano, tuttavia, non è il preludio per una liturgia della memoria o per una specie di rituale moderno dell'immedesimazione passiva e dello struggimento nostalgico. Al contrario. Milva non diventa sacerdotessa dell'illusione, ma narratrice dell'assenza: presenza concreta di un invisibile che si offre all'ascoltatore solo in quella narrazione, solo in quella tessitura di suoni e di parole, solo in quella sospensione volontaria e provvisoria della consuetudine e della incredulità. La grande interprete brechtiana ci ricorda che L'important c'est la rose, comunque, e che la perdita della giovinezza è una ferita che riassume in sé le crepe e gli abissi del mondo, quando non si può che ripetere Hier encore j'avais vingt ans, abbandonandosi ad un amaro Désormais. Complice del sarcasmo tagliente di Aznavour, Milva rievoca la potenza descrittiva della Bohème, passando dai toni malinconici al trasporto della passione. La contemplazione ironica o empatica dell'esistenza mostra la fatica e il tormento del divenire, il crollo inesorabile delle illusioni, la coscienza di una gioia consumata, la percezione acuta di un échec totale e irrimediabile.
L'omaggio a Brel sancisce in modo definitivo l'universalità di una visione poetica e filosofica che si mantiene vibrante e tesa, ai margini di quello che Sartre definiva, in sede teorica, il Nulla: la fatica di Sisifo che ci appartiene, l'onere di un Assurdo che permea di sé le nostre scelte, i nostri tentativi di rendere decifrabile il crittogramma del mondo.
Milva ritorna sui suoi passi e ci riporta il mito di Edith Piaf, simbolo di una stagione culturale e di un'epoca finita, emblema di un dolore che si purifica nell'invenzione lirica e nella confessione interiore. La luce oscura di Edith Piaf è il miracolo di una voce che trascende il quotidiano assumendone la responsabilità, facendosi, appunto "narrazione", romanzo, memoria: di questa memoria, Milva è l'erede più autentica, più convincente, l'unica, oggi, capace di serbarne il ricordo e di consegnarlo, rinnovato, alle nuove generazioni.
La ritroviamo ancora sulle note ormai "epiche" di Milord, la rivediamo mentre veste, per l'ennesima volta, i panni di quell' ombra della strada, che cerca di curare i rimorsi del borghese deluso e afflitto: una brillante invenzione idealizzata che sembra nata dalla scrittura di Victor Hugo e che Milva rilegge, a modo suo, mostrando quella "distanza" che la separa dal nostro tempo e che, proprio per questo, ne fa un "termine di paragone", un'occasione di confronto, un momento di comprensione, una metafora. In quest'occasione, come in altre analoghe, l'allieva di Strehler non dimentica la lezione del maestro e non indugia mai sulla propria potenza vocale, ovvero, non lo fa mai in modo vuoto o compiaciuto.
Ogni gesto è misurato, dosato e voluto: lo stesso uso del melisma e del portamento, nell'esecuzione del brano, non si risolve mai in una ostentazione virtuosistica o in uno sfoggio di bravura tecnica. Milva lascia questi orpelli ad altri meno attenti e meno "engagés": la sua interpretazione non concede nulla alla retorica e rimane strettamente funzionale alla resa scenica del testo, alla sua adeguata "orchestrazione coreografica" e gestuale.
Milva, al Teatro dell'Opera, ha indossato l'abito nero della Rive Gauche, attualizzando le suggestioni e le atmosfere dell'Esistenzialismo di Sartre e di Merleau-Ponty. Per farlo, è stato indispensabile scendere "nella strada", seguendo il flusso dei ricordi, per poterli reinventare e plasmare. Per potersi addentrare, insomma, in quella radura illuminata che è la memoria collettiva, lo sfondo dinamico in cui si sedimenta la nostra Storia, lo sfondo che ci è stato tramandato e che Milva ha saputo esibire. Non è un caso che lo spettacolo abbia perduto quella continuità "sacrale" che ha sempre caratterizzato il récital di gusto francese. Tutto questo non è più possibile: gli Dei hanno abbandonato il mondo, come diceva Holderlin…ll "racconto" procede in modo discontinuo, per "costellazioni", attraverso "blocchi tematici e sonori" separati da brevi interventi, da una volontà di dialogo con il pubblico, che mostra l'umanità di Milva, il suo voler essere tra noi, qui ed ora, nei dilemmi dell'attualità, nel divenire.
Una Milva-metafora, dunque! Un'artista che sfugge alle regole del mercato, alla sua segmentazione, alle sue regole omologanti. Un'artista che si muove trasversalmente, sospesa tra passato e presente, in una zona di frontiera da cui ci offre un frammento di eternità, un segno positivo, una voglia di costruzione e di re-invenzione del mondo, del linguaggio.

© Antonio Valentini

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